Una breve recensione, un pugno d'amore

Aggiornamento: 19 feb 2021

Quando emerse la notizia della futura distribuzione del documentario Sisters with Transistors di Lisa Rovner, fui colpita in modo non troppo entusiasta dal titolo scelto e dedicai all'argomento un post nella mia pagina facebook...



Non mi dilungherò troppo su tale episodio, ma una piccola chiosa di ragguaglio è doverosa ai fini della restituzione del mio punto di vista senza elisioni a posteriori.


Compiendo un atto di egotismo terribile, cito le mie stesse parole; il mio ragionamento partiva dalla parola sisters, termine etico e politico del femminismo contemporaneo coniato dall'attivista Kate Millett nel 1970:



È davvero irrinunciabile parlare di sorellanza (siters/sisterhood Ndr) e del valore della collaborazione tra le donne quando si parla di storia della musica? Dichiarare la diversità e chiuderla in un cerchio di genere è il giusto cammino da percorrere? Perché dobbiamo continuare a prelevare le compositrici dal loro contesto naturale – la musica, con la sua storia – per immolarle a icone di lotte sociali? La loro musica era femminista? O era semplicemente musica?

Ci sono due fatti in questa storia e, a mio avviso, devono essere messi in relazione con delicatezza acuta per non creare strumentalizzazioni:


1) Anche le donne – e non solo le solite quattro o cinque che ci si ostina a citare – hanno partecipato alla costruzione della musica elettronica.


2) L'operato di queste donne non è stato tramandato dalla storiografia (tradizionalmente scritta da uomini, sì).


Il problema non è se le donne abbiano potuto o non potuto partecipare alla costruzione della musica elettronica (come avrai evinto dai miei tanti articoli e dai miei due libri, è abbastanza stupido negare l'evidenza). Il problema è che sino a poco tempo fa il loro operato non veniva riconosciuto dalla storia.

Ciò detto, le infinite difficoltà messe in campo dalla disparità di genere creano posizioni intellettuali multiformi e ognuna merita di esistere: sono tutte espressioni di una presa di coscienza e di moti d'azione tesi al superamento di una questione a dir poco medievale (e uso il termine medievale non per riferirmi ai costumi ma alle distruzioni e alle distorsioni linguistiche operate da molti monaci nei processi di trascrizione dei grandi classici antichi).





Dopo aver visto il documentario di Rovner, sono ancora dell'idea che i toni del titolo non calzino a pennello con l'argomento... Ma: devo anche dire che questa è solo una delle due critiche "negative" che posso riservare a questo lavoro davvero ottimamente fatto. Spero di avere presto l'opportunità di confrontarmi con la regista per poterle chiederle di approfondire questa sua scelta.


La struttura del documentario è incantevole, così come la sua costruzione estetica: la brutta qualità di tanti filmati che abbiamo visto su youtube (come i racconti in prima persona di Delia Derbyshire, Daphne Oram o, ancora, i frammenti del documentario di Thurston Moore su Maryanne Amacher) risorgono patinati, puliti, squillanti e contemporanei, eccellenti pilastri della narrazione. Fotografie statiche – come le immagini in bianco e nero dei Barron o bellissimo ritratto di una giovane Eliane Radigue al mare – diventano vive in forma di filmato famigliare, regalando l'idea di vite vere e riportando sulla terra visioni fino a ieri mitologiche. Persino il font scelto per presentare ogni piccolo capitolo dedicato a ciascuna compositrice è di un gusto impeccabile.



La narrazione dalla viva voce delle protagoniste è cullata dai suoni delle rispettive composizioni: anche qui, la musica esce dalla pasta del nastro magnetico vibrando di alta qualità e godendo di un mix perfetto. Dietro a tanta perfezione si nasconde il contributo di Marta Salogni, il miglior tecnico del suono attualmente disponibile che ha prestato i suoi servizi – divenendo aiuto irrinunciabile – a giganti del calibro di Björk e del suo album Utopia.


L'uso di immagini d'epoca, di frammenti iconici o momenti salienti della storia e della storia della tecnologia, mi ha ricordato uno dei miei documentari di musica elettronica preferiti: Synth Britannia. E per me, questo è molto più di un complimento: ho sempre considerato Synth Britannia inarrivabile.





C'è poi un aspetto emotivo molto potente: vedere e ascoltare una dopo l'altra queste compositrici è un pugno d'amore nello stomaco.

È un pugno, perché crea forte rabbia constatare quanto, ancora oggi, queste compositrici soffrano di un palese isolamento accademico. Ma l'ammirazione che si prova è la sensazione che vince sul colpo, il retrogusto che resta sul fondo della lingua e che spero spingerà le persone a voler conoscere meglio la storia, così per come è andata.


Dietro l'orchestrazione di questo magnifico lavoro si cela poi anche la consulenza scientifica di Frances Morgan, una delle musicologhe che più stimo e che ho citato – per darti un'idea della rilevanza cha ha per me il suo punto di vista – a pagina 8 del mio libro, Breve storia della musica elettronica e delle sue protagoniste (Arcana Edizioni, Roma 2019. Acquistalo qui) nelle Avvertenze al Lettore.





La seconda – e ultima – debolezza del documentario è, a parer mio, la scelta di aver trattato solo un piccolo gruppo di compositrici (le più celebri) senza aver lasciato aperta la porta dell'indagine, senza aver detto che esse rappresentano solo la punta di un iceberg gigantesco e sommerso. È anche vero che per raccontarle "tutte" (?) servirebbero ore di documentari come Sisters with Transistors e, chissà, magari un giorno una grande piattaforma potrebbe decidere di produrre un'intera serie di documentari in merito diretta dalla maestria di Rovner. Sarebbe davvero un sogno.


In conclusione: il documentario di Rovner è un gioiello encomiabile.

Se già conosci l'opera e la storia delle compositrici presentate (Clara Rockmore, Delia Derbyshire, Daphne Oram, Bebe Barron, Eliane Radigue, Pauline Oliveros, Suzanne Ciani, Laurie Spiegel, Wendy Carlos, Maryanne Amacher) sarai estasiato dalla visione. Se non hai ancora visto Sisters with Transistors ti consiglio di tenere alta la guardia e di non perdere la prossima occasione.




 


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